Il testo del seminario del 12 dicembre 2018

I giovani e l’impresa – L’impresa dei giovani

Luca Borsoni
Presidente dei Giovani Industriali AIB
Career Day UniBS, 8-9 Novembre 2017

 

 

Rettore, autorità. Ragazzi.

Buongiorno.

Sono onorato di essere qui oggi.

La prima cosa che voglio fare è dire grazie. Grazie per avermi concesso il privilegio di parlare in un luogo così importante. In un giorno così importante. Qui davanti a voi, a voi ragazzi a cui devo prima di tutto i miei complimenti.

Complimenti perchè voi rendete orgogliosi tutti noi – e parlo da padre, da ex professore, da imprenditore, da presidente dei Giovani Imprenditori – dedicando il vostro tempo, sacrificando parte dei momenti più belli della vostra vita alla costruzione delle vostre COMPETENZE.

Quelle competenze che in questo periodo storico vengono troppo spesso bistrattate, messe da parte, considerate appannaggio di un’Italia che al populismo non piace. Quel populismo che mette a valore la mediocrità, che si riempie la bocca di deliri sui complotti di presunti teocrati – ovviamente sempre professori – e che eleva l’informazione superficiale senza studio e senza ricerca a verità assoluta.

Che paura ragazzi.

Novax, notav, noimmigrazione, notermovalorizzatore, Terrapiattisti, e chi più ne più ne metta.

Che paura ragazzi.

Le competenze non servono? E su cosa pensiamo di basare il piano a lungo termine di questa nazione se non sulle competenze?

Voi siete la speranza. Nostra, vostra e dei vostri figli. Siete la speranza dell’Italia che lavora. Siete la speranza dell’Italia che innova. Siete il nostro presente, ma soprattutto siete il futuro.

Voi, con le competenze stabili e durevoli, con il vostro impegno, con la cultura del sacrificio che solamente l’istruzione – quella vera e nobile – sa dare. Voi siete il futuro. non solo il vostro. Siete il futuro dell’italia.

PRIMA PARTE: A PROPOSITO DI ME

Quando il Rettore mi ha chiesto di intervenire per aprire i lavori, sono stato molto indeciso su come affrontare questo palco. Questa giornata. Mi sono chiesto se erano i consigli oppure i sogni quelli che un pubblico di universitari che guarda al mondo del lavoro cerca.

E ho deciso. Niente consigli. Solo tre storie.

Comincerò con la mia.

Non sono figlio di imprenditori. Sono nato a Venezia, in laguna, davanti al mare. La mia mamma, una ragazza ventiduenne che studiava architettura, ha pensato che non doveva scegliere tra essere una professionista modello e una madre modello. Ha pensato che poteva fare entrambe le cose, perché una donna, tanto quanto se non più di un uomo, deve poter essere tutto ciò che vuole, senza paura, senza ripensamenti, senza timore di essere giudicata. Mai.

Così mi ha dato alla luce, si è laureata con 110 e lode nei tempi giusti ed è diventata un architetto davvero molto bravo. Lavora ancora, moltissimo, ha fatto un altro figlio e girato mezzo mondo. Ragazze, cancellate dal vostro vocabolario la frase “non si può fare”.

Io nel frattempo ho vissuto in giro per il nord Italia tra studi classici e una grande passione per il mondo delle arti visive. Tutte quante. Ho iniziato a lavorare a 19 anni, mentre studiavo, perché non sapevo cosa avrei voluto fare da grande, ma sapevo con assoluta certezza che volevo essere autonomo e indipendente il prima possibile.

Vi svelo un segreto: non sentitevi in colpa se non sapete cosa fare della vostra vita, le persone più interessanti che conosco a 20 anni non sapevano che fare della loro vita, i 40 enni più interessanti che conosco ancora non lo sanno. Ricordatevi che la corsa è lunga e alla fine è solo con voi stessi.

SECONDA PARTE: DUE PAROLE SUL FARE IMPRESA

E proprio a proposito di questo, a proposito del fatto che la gara è solo con voi stessi, vorrei che aveste la corretta prospettiva su un paio di cose che alla vostra età avrei voluto mi venissero dette. Iniziando con lo sfatare qualcuno dei miti che la maggior parte di voi ritiene essere parte inossidabile del nostro mondo: si fa carriera, si fa impresa con le lobby, con gli amici, con i favori, con i favoritismi, con le scorciatoie, con la furbizia.

No ragazzi. si fa carriera con le competenze. Avete la fortuna di vivere in Italia che, con tutte le sue imperfezioni e imprecisioni, ha un ascensore sociale che funziona perfettamente. Le aziende, quelle sane, quelle che investono, quelle in cui ognuno di voi deve pretendere di andare a lavorare, quelle aziende vi stenderanno tappeti rossi, vi metteranno nelle condizioni di utilizzare le vostre competenze e investiranno per far crescere le vostre soft skills.

Prima di essere qui, su questo prestigioso palco davanti a voi, sono stato tante cose, in tante aziende – come vi ho accennato prima non sono figlio di imprenditori – ho fatto il tipografo, il fotolitista (che è un mestiere manuale che oggi non esiste neanche più), il grafico, l’art, il consulente, il professore alle superiori e poi all’università.

Oggi sono un imprenditore. Perché ognuno dei lavori che ho fatto nella mia vita mi ha permesso di imparare, di studiare, di scoprire qualcosa di funzionale rispetto a quanto mi sarebbe servito dopo.

E quando guardo indietro e tiro le somme di questi primi vent’anni del mio percorso professionale, vedo una cosa con grande chiarezza: sono stati i NO a fare la differenza. I no detti a voce bassa, ma senza esitazione. I no detti per coerenza e per etica, i no detti per passione. I no che ti fanno fare un passo indietro e poi 10 avanti.

Il NO è l’arma più potente che avrete a disposizione in tutta la vostra vita. Usarlo è difficile, faticoso, impopolare. Ma se sei un imprenditore, spesso, saper dire NO identifica la differenza tra essere Imprenditore ed essere un Prenditore. Essere un imprenditore significa credere che dare sia più importante che ricevere.

TERZA PARTE: IL FALLIMENTO

Permettetemi ora di raccontarvi la seconda storia. Nel 2015, nel pieno della pre-rivoluzione digitale ho fatto una scelta di pancia. Ho deciso che era tempo di inaugurare una nuova stagione della mia vita professionale, così, insieme a un ristretto gruppo di soci, abbiamo avviato un nuovo business. Era quella fase storica in cui il mondo era soverchiato dall’immagine di ragazzi di successo in felpa col cappucio, che, come per magia, avevano trasformato idee semplici in fantastiche startup multimiliardarie di successo.

Era quella fase lì. Così abbiamo immaginato di poter trasformare anche noi la nostra idea in un “unicorno”. Si chiamava aswesend, era un Software as a Service che aveva la caratteristica di fare da integratore per i software cloud base più famosi sul mercato (tipo google drive per capirci).

Partì benissimo, tempo 6 mesi eravamo famosi. I giornali parlavano di noi, i contest startup di mezza Italia ci premiavano, Expo Milano 2015 ci invitò a fare un pitch tra le eccellenze italiane. Il Corriere Innovazione ci dedicò la prima pagina.  Era fatta! Avevamo negli occhi la quotazione in borsa italiana, e nei sogni quella al Nasdaq. Ovviamente tutti rigorosamente in felpa col cappuccio.

6 mesi dopo eravamo dal notaio. A chiudere la società. Tempi sbagliati, modello di scalabilità sbagliato, e una struttura tecnologica troppo complessa da utilizzare per i tempi.

Sapete cosa ho imparato da quest’esperienza? Molto più di quanto abbia imparato da ogni vittoria che ho conseguito nella mia vita.

Fallire è umano, è sacrosanto, è utile. Fallire cambia. Da sicurezza interiore. Rende reale la nostra più grande paura. Ci rende leggeri e liberi. Temerari. Dopo quell’esperienza, con il know how acquisito, le nostre società stanno crescendo in doppia cifra.

Ragazzi: non abbiate paura del fallimento. Provate, esagerate e spingetevi al limite, perché anche quando si cade ci si rialza più forti, sempre.

QUARTA PARTE: INVERTIRE LA ROTTA

La terza storia ci riguarda tutti. Per molti anni ci hanno fatto credere che la disuguaglianza è necessaria per la crescita economica.

È vero il contrario: per crescere tutti e in modo sano è necessaria una maggiore uguaglianza nella distribuzione del reddito. Queste non sono parole mie, sono parole di Stiglitz – premio nobel economia – nel suo “invertire la rotta”. Quindi la terza storia è una storia sulla capacità di invertire la rotta.

Come successe in Italia, 72 anni fa, quando 12 milioni di donne italiane, per la prima volta, hanno potuto votare e, con una matita, hanno scelto che l’Italia fosse una Repubblica. Come successe nel cuore della nostra Europa, a Berlino, nel 1989 quando il desiderio di abbattere i muri aveva finalmente superato il desiderio di costruirli.

Come succede oggi.  Nell’Italia del 2018, che guarda con un misto di timore e preoccupazione al prossimo anno.

La possibilità di Invertire la rotta adesso è qui, in mano a voi. Anzi è in mano a tutti noi. Seguendo le regole. Quelle scritte per vivere in prosperità. Rispettando le competenze. Quelle create per crescere. Mettendo alla porta mediocrità e superficialità. Perché a noi italiani non appartengono.

Vi ricordate i no? Quelli di cui parlavamo prima. Ecco è tempo di dirne alcuni.

NO alla paura del diverso, perché senza integrazione sociale ed economica non c’è contaminazione. Senza contaminazione non può esserci innovazione. Senza innovazione non può esserci crescita. Perchè gli oltre 100.000 minori Immigrati non accompagnati possano diventare i capitani d’industria, i dottori, gli ingegneri, gli astronauti, i ministri e soprattutto i presidenti del consiglio del domani.

NO al racconto di un’Italia arrabbiata e che non cresce. Di un’Italia che non vuole lavorare e che spreca ciò che ha. Quella è l’Italia dei falsi media e dell’invidia, l’Italia che non ce l’ha fatta, l’Italia che si guarda allo specchio e che si vede peggiore di com’è. È l’Italia del chi grida più forte. Non della maggioranza.Solo del chi grida più forte.

NO alle parole che non vengono seguite dai fatti. Perché se c’è una cosa in cui noi italiani siamo incredibilmente bravi, e credetemi ovunque all’estero dalla Germania agli Stati Uniti ce lo invidiano, è il fare. E noi bresciani siamo la punta di diamante del saper fare italiano con la più alta densità industriale della penisola, il primo export italiano, la terza produzione industriale europea. Questa è la nostra cultura del fare, quella che punta alla valorizzazione dei talenti, iniziando da voi e al contempo a preservare ed accrescere le eccellenze.

Voi vi vivete e studiate a Brescia. Leonessa d’Italia e d’Europa, nelle parole ma soprattutto nei fatti. Siatene fieri, siatene grati, siatene orgogliosi.

QUINTA PARTE: I GIOVANI E LE IMPRESE. LE IMPRESE DEI GIOVANI

É questa l’Italia che voi dovete rappresentare. Quella di Giorgio, figlio di dipendenti, che ha creato dal nulla un’azienda e a 40 anni da lavoro a 50 persone. Quella di Francesca, che, imprenditrice di terza generazione, ha saputo fondere la storia dell’acciaio con quella del digitale. Innovando in un settore che nemmeno conosceva la parola innovazione. Quella di Germana, che a 30 anni fa l’amministratore delegato di un’azienda con 300 dipendenti divisi in tre continenti e sa i nomi e i cognomi di ogni singola risorsa che lavora per lei.

Sono centinaia queste storie ragazzi. centinaia. E purtroppo oggi non posso raccontarvele tutte. Sono le storie dell’Italia che ce la fa. ogni giorno. senza scuse.

Quando mi alzo la mattina guardo negli occhi i miei figli e penso che è questa l’Italia che voglio lasciare a loro. Vorrei che anche voi da oggi pensaste a che tipo di Italia vorreste lasciare alle generazioni che verranno dopo di voi.

E spero che quando lo farete vi verranno in mente queste storie, le storie dell’Italia delle meraviglie.

Perché meravigliarsi è ancora possibile nel nostro paese.